Trai vantaggio dai consigli che un saggio mette egli stesso in pratica (Hazrat Ali)

Trai vantaggio dai consigli che un saggio mette egli stesso in pratica (Hazrat Ali) Il prezzo della conoscenza è la responsabilità di condividere (Anonimo)

venerdì 19 agosto 2011

ORA O MAI PIU' - DALL' OSCURITA' ALLA LUCE

15 AGOSTO 2011

ATTRAVERSA IL BUIO E SCOPRIRAI LA VITA


La Piramide Della Luce


La notte che precede il giorno dedicato ai Festeggiamenti della Madonna Assunta, cioè il 15 Agosto; Un gruppo di Fratelli e di Sorelle, hanno seguito un  loro impulso e come avvenne per la celebrazione del Portale Cosmico 999, si sono ritrovati insieme e questa volta hanno celebrato La Madre Celeste.
Una Cerimonia ispirata e guidata dal Cielo, li ha visti uniti sotto l'insegna  dell' Unione Sacra, ma prima di questo, la Dea è stata Onorata come non veniva fatto da tempi remoti.
Uno dei miti più antichi, quello della Dea Iside è stato rivisto e modificato, questo per dare la possibilità alla Sposa, di camminare e vivere felice acconto al suo Sposo. Di generare Figli che cammineranno liberi nel Mondo portando Pace e Amore.
I ricordi di questa cerimonia, rimarranno impressi nei  cuori dei partecipanti, mentre i frutti, potranno crescere alla luce del Nuovo Giorno.
Essi matureranno e saranno goduti da Tutti Gli Uomini di Buona Volontà.
Cammineremo insieme nel mondo portando la luce,  creando la vita.
E Così E'.
LuisLuce



mercoledì 10 agosto 2011

CHIUSO PER RICARICA ESTIVA


ARRIVEDERCI A SETTEMBRE BY LL

2 AGOSTO 2011


Oggi all'alba di questi giorni così intensi ed entusiasmenti, l'unico luogo dove vorrei essere è proprio questo: LA TERRA.

La mia anima si è incarnata consapevole degli avvenimenti che sarebbero accaduti nella mia vita, mentre la mia mente ne ha preso coscienza solo successivamente risvegliandosi e addestrandosi continuamente.

Per lungo tempo il mio DNA ha custodito in modo latente i codici delle "ORIGINI" e la conoscenza del passato, un passato in cui gli uomini vivevano in pace tra di loro e  in armonia con tutti i regni esistenti sul pianeta.

Sono profondamente commossa per avere compreso come tutto si posssa compiere affidandosi completamente alla VOLONTA' SUPERIORE.

Ho accettato semplicemente e incondizionatamente la missione che ha come obbiettivo la Resurrezione dell' UOMO in VITA e la manifestazione del PARADISO in TERRA.

Farò quello che più mi è  congeniale cioè:
Fare del mio meglio e lo farò perseguendo l' ECCELLENZA in ogni settore della VITA!

Sta ad ognuno INDIVIDUO scegliere quale MAESTRO seguire, ed Io ho scelto il mio:
La VIA, La VERITA', La VITA.

Tutto quello che non risuonerà più con questa mia scelta, verrà compreso, accettato ma non abbracciato e giustificato come ho fatto fin'ora.

E' risaputo che ad ogni azione ne consegue una reazione.

Per cui è fondamentale meditare sulle conseguenze FRUTTO dei nostri pensieri, dalle nostre parole e delle nostre azioni, poichè saranno questi frutti i PILASTRI su cui si poggerà la costruzione del proprio AVVENIRE.....

La FORMULA GIUSTA si raggiunge quando pensieri, parole e azioni sono coerenti tra di loro!
Allinearsi con la FONTE è un obbiettivo da perseguire, ma ogni  individuo, avrà ancora la possibilità di usufruire del libero arbitrio, che resta comunque uno strumento della polarità e della TERZA DIMENSIONE.

Ricordiamoci che nell' UNO  non esistono separazioni e che le scelte personali sono strumenti  evolutivi.

Quando mi troverò in presenza di un esperienza di terza dimensione, opererò il DISTACCO, fondamentale per la salute mentale-emotiva-spirituale e strumento per NON DARE LE PERLE AI PORCI , rispettando così la via altrui e lo STATO DI GRAZIA conseguito.

Chi invece ha raggiunto la maturità spirituale ed è di-venuto un INDIVIDUO AUTONOMO, sarà in grado di comprendere come la  NATURA UMANA DIVINA si MANIFESTI e come l' AMORE TERRENO si possa esercitare liberamente perchè ci si è affrancati dalle aspettative e quindi si può contraccambiarlo con purezza, perchè amarsi è un dovere di nascita e che donarSi al prossimo al di sopra dei propri bisogni  ci allontana definitivamente dalle frustrazioni e dalle imperfezioni, figlie dell' egoismo.

Per questo motivo e per altri che riguardano solo il "Progetto Divino" è iniziato quello che viene descritto nell'esodo e con esso il momento tanto sperato in cui le Famiglie D' Anima si ri-congiungeranno anche fisicamente.

La VERITA' sarà il mezzo su cui si baseranno i nuovi accordi sociali-politici-religiosi e lo scambio consapevole creerà la struttura per il NUOVO MONDO.

L'estate; anche se completamente diversa da quella che conosciamo è in pieno svolgimento; per cui questo BLOG e il suo ...Responsabile,  ne approfitta per rigenerarsi e per prepararsi ai nuovi eventi che Mi vedranno prottagonista già da Settembre.

Vi saluto...Caldamente invitandoVi alla visione del video......

By LuisLuce ♥

venerdì 5 agosto 2011

I GIGANTI

NEL MONDO.....








La Bibbia cita un'antica razza chiamata nephilim ("i caduti"), spesso interpretata come razza di giganti. Anche la Genesi cita esplicitamente la presenza di giganti sulla terra, agli albori del mondo. La tradizione post-biblica considera per esempio Re Nimrod come esponente di questa razza. La Bibbia riporta anche il famoso combattimento fra David e il gigante Golia, sebbene Golia non sia descritto come un "nephilim", ma semplicemente come un "campione di più di tre metri d'altezza".
Nella mitologia greca, i giganti erano i figli di Urano e Gea. Queste creature diedero vita a una guerra con gli dei dell'Olimpo, la Gigantomachia, che ebbe termine grazie all'intervento di Ercole. Secondo i greci, alcuni giganti (per esempio Encelado) erano sepolti da allora nelle profondità della terra; i terremoti erano interpretati come sussulti di queste creature sepolte.
Nelle mitologie germaniche e in particolare in quella norrena, sulla quale si hanno maggiori informazioni i giganti (jötnar in antico norvegese) sono fra le figure predominanti, a partire dalla stessa cosmogonia. I giganti infatti esistono da prima del mondo, che ebbe origine proprio dal corpo di un gigante, Ymir, spesso messo in relazione con Yama della mitologia indiana. Come in altre mitologie indoeuropee, i giganti della mitologia norrena rappresentano il caos ancestrale che minaccia in continuazione il mondo razionale e ordinato degli dèi (con i quali tuttavia sono imparentati in modi complessi). Molti dei mostri più terribili che abitano la terra sono giganti o progenie di giganti. La tradizione mitologica norrena prevede che nell'ora del Ragnarök, il "crepuscolo degli dèi" che porrà fine al mondo, i giganti attaccheranno la divina città di Ásgarðr, uscendo vittoriosi dallo scontro.




Rinvenimenti archeologici di provata serietà confermano l 'esistenza di una razza umana di dimensioni gigantesche che popolò la terra circa 40.000 anni fa. Un noto paleontologo cinese, Pei Wendchung, scoprì a Gargajan, nelle Filippine, uno scheletro umano alto 5 metri, altri in Cina di 3 metri e mezzo ed ha accertato che la loro età risaliva al 35.000 a.C. Le prime illazioni sulla presenza di esseri giganti risalgono agli inizi del '900.
In Geòrgia alcuni ragazzi scoprirono una caverna in una montagna, piena di scheletri umanoidi,ognuno dei quali era alto tre metri. Per accedere alla caverna i ragazzi dovevano tuffarsi in un lago. George Papasvhili e la moglie ricordano l'accaduto nel libro Anything can Happen, edito nel 1925 a New York per la St.Martin Press. Un altro studioso francese, il capitano.
Nel 1925 a Glozel (Vichy - Allier, Francia) Emile Frendin trovò nel suo campo, 3000 oggetti incisi, vasellame, utensili, gioielli, manufatti in osso e legno del 17~15.000 a.C. Inoltre sorprendono le dimensioni delle ossa umane rinvenute, delle impronte, e dei monili (ad es. bracciali) su misura per arti giganteschi.
Durante alcuni scavi effettuati in Marocco vennero rinvenuti utensili ed armi da caccia di dimensioni sbalorditive: una scure a due tagli del peso di 8 chilogrammi. Per impugnare l' enorme manico occorrerebbe una mano proporzionale ad un uomo alto almeno 4 metri.
Altri resti di giganteche creature sono stati trovati in Siria, nel Pakistan, e nell' isola di Giava.
Storicamente, poi, non esiste antico popolo nella cui mitologia sacra o profana non si trovi riferimento a qualche popolo di giganti.
Nella Bibbia ne incontriamo moltissimi e, si badi bene, non se ne parla mai come esseri eccezionali, bensì come una razza diversa, con una sua particolare caratteristica, rappresentata, in questo caso, dalla grandezza delle dimensioni. Nel VI capo della Genesi si legge: " Ed erano in quel tempo dei giganti sopra la Terra", mentre nel XIII libro dei Numeri sappiamo che a Chanaan viveva un' intera popolazione, i figli di Enach, "paragonati ai quali noi (gli esploratori mandati da Mosè) parevamo locuste". E poi i Mfilim e gli Enim del paese di Moab, distrutti da Giosuè, ed Og re di Basan, il cui letto di ferro "ha nove cubiti (m 4,7) di lunghezza e quattro (m. 2) di larghezza" (Deteronomio cap. III). Senza parlare infine di Golia, anch' esso non fenomeno isolato ma appartenente al popolo gigantesco dei Kephaim.
Alla Bibbia si possono accostare le antiche leggende Tolteche che parlavano del popolo dei Quinametzini, razza di uomini grandissimi che popolavano la Terra e che, a poco a poco, si estinsero in tragiche e feroci lotte prima tra loro stessi, e poi con gli altri uomini.


Xelua ed i suoi sei frateli, sono invece i giganti dei quali la mitologia messicana racconta la storia. Scampati miracolosamente ad uno dei terribili cataclismi che dovevano portare alla disgregazione di Lemuria, i sette fratelli vollero ringraziare il loro Dio delle Acque, Tlalos, consacrandogli il monte sul quale si erano rifugiati, ed in suo onore costruirono uno "zacauli", una costruzione granitica a forma piramidale che avrebbe toccato il cielo se gli altri Dei, gelosi ed irritati dalla loro presunzione, non avessero fatto piovere fuoco sulla terra, causando così la morte dei costruttori. Ma la ciclopica torre non crollò completamente: la sua enorme base, alta 54 metri, si crede possa essere identificata nella piramide quadrangolare che è stata rinvenuta nella città messicana di Cholula, a 13 chilometri da Puebla.
Il popolo dei Titani, che troviamo nella mitologia greca, il cui re, Cronos, giungeva addirittura a divorare i propri figli, e quello dei Ciclopi al quale apparteneva Polifemo, che Omero ci descrive in tutta la sua agghiacciante ferocia sono soggeti mitici forse ispirati da ossa di elefanti , nel caso di polifemo, ma è la loro presenza in diversi miti planetari che ci spinge a credere che in un tempo remoto la Terra ha visto dei grandi esseri su di essa.


Un ' altro gigante fossilizzato che venne scoperto nel 1895 da Mr. Dyer nel corso di attività minerarie nella Contea di Antrim, in Irlanda. Nella foto (pubblicata dalla rivista britannica "Strand") viene messo a confronto con un vagone ferroviario. Le misure principali erano: altezza complessiva 3,70 metri, circonferenza toracica 1,97 metri, lunghezza delle braccia 1,37 metri, peso 2050 Kg.
Il piede destro presentava sei dita.
Del gigante e dei suoi proprietari, dopo diverse dispute legali per determinarne la proprietà, non se ne è saputo più nulla. Io avanzo anche l' ipotesi che sia molto più semplicemente un' antica statua forse di epoca romana? Dall 'immagine non traspare l 'evidenza di un un corpo fossilizzato o imbalsamato e nemmeno si vedono le 6 dita. Un 'antico essere anche mummificato perfettamnete dovrebbe essere in pessimo stato di conservazione visto che è stato trovato nella nuda terra. E' un alieno e non sappimo come si decompongono altri esseri esogeni alla Terra ma a ben guardare l 'evidenza porta a veder una statua e non un corpo di un gigante.
Io posso avanzare l' ipotesi che un popolo probabilmente negroide di grande altezza in tempi remoti, forse 100.000 anni fa, si spinse per il mondo e si insediò per esempio in sud America (un recente insediamento umano di razza negroide è stato trivato in Brasile). Quando arrivarono 25.000 anni fa i popoli mongoloidi vedendoli non poterono che classificarli come giganti. I maya affrontarono i giganti e li vinsero, chiaramente perche questi non era molto evoluti ed in piccolo numero. Il mistero vero è il perchè si spinsero così lontano dall' Africa. Forse non è da li che provvenivano? Certo è che la preistoria umana sarà ancora ricca di colpi di scena.

Tratto da M Come MISTERO



più notizie e video QUI'

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La loro esistenza in tempi antichi, sembra confermata da ritrovamenti ossei e da scritture
sacre, riconducibili alle più svariate religioni, ma soprattutto quelle cristiane ed ebree.
Sono stati forse loro, gli autori delle costruzioni megalitiche che vanno da
Sacsahuaman
in Perù alle splendide Piramidi sul Plateau di Giza?
 

Nel 1925 a Glozel (vicino a Vichy - Allier, Francia) Emile Frendin sprofondò nel suo campo dove stava
 lavorando, e trovò "Il campo dei morti": 3000 oggetti incisi, vasellame, utensili, gioielli, manufatti in osso
 e legno del 17~15.000 a.C. - quando non dovrebbero esistere nè scrittura (il primo sistema di s
crittura documentato è quello sumero-accadico, IV millennio a.C.), nè la ceramica
 (la cui lavorazione oltretutto mostra un senso artistico assai sviluppato ed eccezionalmente raffinato,
coordinato con notevole intuito simbolico - ad es., le statue coi volti senza bocca che hanno portato a
lla denominazione di "civiltà del silenzio"). Sorprendono inoltre le dimensioni delle ossa umane rinvenute
 (cranii grandi il doppio), delle impronte, e dei monili (ad es. bracciali) su misura per arti giganteschi.
Nel 1577 a Willisau, nel cantone di Lucerna, venne alla luce uno scheletro dalle ossa enormi.
Le autorità della zona si affrettarono a convocare una commissione di esperti capeggiata
dal anatomista elvetico Plater, di Basilea. Gli studiosi rimasero perplessi, ma dinanzi al parere
del grande specialista chinarono il capo. Plater dichiarò che si trattava senza ombra di dubbio di
resti umani, nonostante la loro mole fosse alquanto insolita. Lo scheletro era incompleto ma
 l'anatomista lo ricostruì sulla creta: ne risultò il disegno di un titano alto 5,80 metri!
Fu battezzato "il gigante di Lucerna" e le sue ossa furono orgogliosamente esposte in una sala del municipio. Recentemente scheletri di 2,8-3,1 metri sono stati rinvenuti da antropologi sovietici nella regione caucasica.
Ne parlano in maniera chiara sia la Bibbia, IGenesi 6,1-4)…1Quando gli uomini cominciarono
 a moltiplicarsi sulla terra e nacquero loro figlie, 2i figli di Dio videro che le figlie degli uomini
erano belle e ne presero per mogli quante ne vollero.
3Allora il Signore disse: "Il mio spirito non resterà sempre nell'uomo, perché egli è carne e la sua v
ita sarà di centoventi anni".
 4C'erano sulla terra i giganti a quei tempi - e anche dopo - quando i figli di Dio si univano
alle figlie degli uomini e queste partorivano loro dei figli: sono questi gli eroi dell'antichità,   
(libro dei Numeri 13, 21-29;32-33)….Quelli dunque salirono ed esplorarono il paese dal deserto di Sin,
 fino a Recob, in direzione di Amat. Salirono attraverso il Negheb e andarono fino a Ebron,
dove erano Achiman, Sesai e Talmai, figli di Anak. Ora Ebron era stata edificata sette anni
prima di Tanis in Egitto. Giunsero fino alla valle di Escol, dove tagliarono un tralcio con un
grappolo d'uva, che portarono in due con una stanga, e presero anche melagrane e fichi.
 Quel luogo fu chiamato valle di Escol a causa del grappolo d'uva che gli Israeliti vi tagliarono.
 Alla fine di quaranta giorni tornarono dall'esplorazione del paese e andarono a trovare Mosè e Aronne
e tutta la comunità degli Israeliti nel deserto di Paran, a Kades; riferirono ogni cosa a loro e a tutta
 la comunità e mostrarono loro i frutti del paese. Raccontarono: "Noi siamo arrivati nel paese dove
tu ci avevi mandato ed è davvero un paese dove scorre latte e miele; ecco i suoi frutti.
Ma il popolo che abita il paese è potente, le città sono fortificate e immense e vi abbiamo anche
 visto i figli di AnakMa gli uomini che vi erano andati con lui dissero:
 "Noi non saremo capaci di andare contro questo popolo, perché è più forte di noi".
Screditarono presso gli Israeliti il paese che avevano esplorato, dicendo:
"Il paese che abbiamo attraversato per esplorarlo è un paese che divora i suoi abitanti;
tutta la gente che vi abbiamo notata è gente di alta statura; vi abbiamo visto i giganti, figli di Anak, 
della razza dei giganti, di fronte ai quali ci sembrava di essere come locuste e così
dovevamo sembrare a loro. Raccontarono: "Noi siamo arrivati nel paese dove tu ci avevi mandato
ed è davvero un paese dove scorre latte e miele; ecco i suoi frutti. Ma il popolo che abita il paese è potente,
 le città sono fortificate e immense e vi abbiamo anche visto i figli di AnakMa gli uomini che
vi erano andati con lui dissero: "Noi non saremo capaci di andare contro questo popolo, perché
 è più forte di noi". Screditarono presso gli Israeliti il paese che avevano esplorato, dicendo:
"Il paese che abbiamo attraversato per esplorarlo è un paese che divora i suoi abitanti; tutta la gente che
vi abbiamo notata è gente di alta statura; vi abbiamo visto i giganti, figli di Anak, della razza dei giganti,
 di fronte ai quali ci sembrava di essere come locuste e così dovevamo sembrare a loro…
(la caverna del tesoro 15 )..Ora sul monte rimanevano i soli Metusala e Noè,
poiché tutti gli altri figli di Seth erano discesi dai confini del Paradiso verso la pianura tra i figli di Caino.
 E qui si unirono i figli di Seth, gli uomini con le figlie di Caino. Esse concepirono e partorirono
degli uomini giganteschi, una stirpe di giganti alti come torri…
(libro dei giubilei 5 “nozze degli angeli con le figlie degli uomini ; annuncio del diluvio”. 
..E, quando i figli degli uomini incominciarono a moltiplicarsi sulla terra, e furono loro generate delle figlie,
 avvenne che gli angeli di Dio le videro, in un anno di questo giubileo,(e si accorsero)
che erano belle a verdersi. E se ne scelsero alcune tra le loro mogli e queste generarono loro dei figli,
e costoro furono i giganti. ..(libro etiopico di Enoc.7 ) Costoro (Angeli) e tutti gli altri con essi si presero
 moglie ciascuno di loro se ne scelse una cominciarono frequentarle, e a contaminarsi con esse,
 le ammaestrarono nelle arti magiche, nelle formule di scongiuro, nel tagliodi piante e radici
e rivelarono le piante dotate di proprietà medicinali. Ma esse rimasero incinte e generarono giganti alti 3000
 cubiti che consumarono il prodotto degli uomini. Ma quando gli uomini non poterono più rifornirli di nulla,
i giganti si rivoltarono contro di loro e li divorarono…. ; che il Mahabharata, sia i testi sacri thailandesi
che quelli di Sri Lanka, sia le storie egizie che quelle irlandesi e basche.
 Anche in America le tradizioni relative ai titani non mancano. .
Per esempio ne da' notizia il "Manoscritto messicano di Pedro de los Rios", in cui si legge:
"Prima del diluvio che si verificò 4008 anni dopo la creazione del mondo, la Terra di Anahuac
era abitata dagli Tzocuillixeco, esseri giganteschi...".
Sappiamo inoltre che gli spagnoli di Hernan Cortes sbarcarono in America e appresero
dai saggi indigeni di come "un tempo esistessero uomini e donne di statura molto alta...
".Gli furono mostrate ossa gigantesche fra cui "un femore alto come un uomo di normale statura
" che Cortes spedì al suo re. 
Le leggende sui giganti abbondano attorno al Lago Titicaca e molte di esse affermano che
essi si trasferirono al sud. I loro discendenti dovettero popolare fino a qualche secolo fa la Patagonia,
e il suo scopritore, Magellano, li incontrò più volte.
E' scritto dell'incontro con uomini "così alti che le teste dei membri dell'equipaggio arrivavano
a malapena alla loro cintola e la loro voce era quella di un toro...".
 Né manca Erodoto (storie 1-68) il quale parla di un fabbro che...
"Volevo fare un pozzo in questo cortile, scavai e m'imbattei in una bara di sette braccia
(un braccio equivale a circa 44 centimetri).
L'aprii e...io non credevo che fossero mai esistiti uomini di maggiori dimensioni
di quelli di oggi, ma vidi che il morto era di lunghezza pari alla bara (oltre 3,10 metri); lo misurai e lo riseppellii".


BY ANTONIO SOLDANI

mercoledì 3 agosto 2011

LA DODICESIMA ILLUMINAZIONE

Il caso? Si è già parlato molto di questo argomento e posso assicurarvi che il caso non esiste, specialmente per coloro che come risvegliati utilizzano consapevolmente il loro tempo e i loro pensieri.
Una delle esperienze collegate alla legge d'attrazione o meglio a quella che ritengo la vera risorsa con cui opereremo nel nuovo mondo cioè la legge del IL SINCRONISMO, mi ha visto partecipe di un ennesima esperienze a conferma di tutto ciò.
Alcune settimane fa avevo parlato con Barbara, un'amica che ritengo Sorella d' Anima.
Lei  mi parlava del libro La Dodicesima Illuminazione.
 E' stato in quel momento che ho avvertito dentro di me un brivido, sintomo che ormai riconosco quando sono in presenza di un messaggio indirizzato alla mia persona.
Mi sono soffermata ad interpretarlo, ed ho subito compreso che in qualche modo sarei entrata in possesso del libro stesso.
Difatti da li a poco un altra amica mi viene a trovare dicendomi di aver comperato il Libro e che dovevo assolutamente leggerlo, poichè conteneva molti dei concetti che ultimamente mi girano in testa.
E così è stato.
Devo dire che è disarmante per come conferma ciò che ipotizzavo essere le modalità  a cui attingeremo per avanzare sul cammino dell'ascensione.
Lo sto leggendo con molta attenzione e anche con molta trepidazione.
Lascio a voi una nota che lo descrive  e delle immagini collegate a due Montagne Sacre.
Buona Lettura.
By LuisLuce

divisori

Il nuovo libro evento dell'autore del bestseller mondiale La profezia di Celestino.


La Dodicesima IlluminazioneNell'attesissima Dodicesima Illuminazione incontriamo di nuovo gli eroi delle precedenti avventure: hanno fortunosamente trovato dei brani di un antico manoscritto che sembra offrire una speranza di salvezza nella lotta contro gli Apocalittici, una pericolosa setta in grado di accelerare la venuta dell'Armageddon e di scatenare un conflitto planetario che metterebbe la parola fine alla storia dell'umanità.
Mettendosi sulle tracce di un'antica profezia, cercando di interpretare i frammenti di un misterioso Documento, i personaggi del romanzo intraprendono una corsa contro il tempo per sventare un complotto internazionale che affonda le sue radici nel male. E solo affrontando le tappe di un percorso spirituale, guidati dalla Sincronicità e da un incrollabile coraggio, il protagonista della Profezia di Celestino e il suo fido amico Wil riusciranno ad avere successo e a ricostruire passo dopo passo un messaggio che va oltre ogni estremismo ideologico o religioso, un messaggio di integrità, di pace e di salvezza per l'uomo: il messaggio che afferma la verità della Dodicesima Illuminazione.
I libri di James Redfield sono passati da lettore a lettore per più di vent'anni. Milioni di persone hanno accolto le Illuminazioni rivelate nella Profezia di Celestino, nella Decima e nell'Undicesima Illuminazione. Il messaggio, che si è diffuso su tutto il pianeta, è chiaro. Essere spirituali richiede qualcosa di più rispetto alla fede cieca in una divinità astratta: implica la scoperta di una dimensione di vita completamente diversa, in grado di agire unicamente su una base spirituale.
Il mondo di oggi è in preda a una profonda crisi globale, economica, politica e religiosa, che rischia di condurre l'umanità sull'orlo di una catastrofe nucleare. È giunto quindi il momento di approfondire il percorso compiuto e, riprendendo gli insegnamenti delle undici Illuminazioni, di portare il nostro livello di consapevolezza su un livello superiore.

Un viaggio meraviglioso che trasforma chi vi partecipa!

La Profezia di Celestino ha svelato che è possibile, nonostante le forze avverse, entrare in una dimensione di vita completamente diversa e spirituale; la Decima Illuminazione, l'Undicesima Illuminazione, e la Legge dell'Attrazione hanno proseguito sullo stesso cammino. La Dodicesima Illuminazione vi condurrà al traguardo!
Articolo Tratto Dal Giardino Dei Libri



Monte Sinia Sharm el Sheikh Egitto

martedì 2 agosto 2011

VITA DA CAN-I.....

YES I-CAN


 

LA CARRIOLA

PIRANDELLO 1917



Quand’ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d’addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto. Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio atto non fosse scoperto. Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile. Sarei un uomo finito. Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m’assedia dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno piú serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d’avvocato. Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero. Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento piú sicuro. Sono costernato e inquieto. Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito. Il valore dell’atto ch’io compio, può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un tratto s’è rivelata a me.

Dirlo e farlo intendere, non è facile. Mi proverò.

Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei piú gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m’opprime, il peso enorme di tutti i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama. L’unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un’altra nuova.
M’ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare. A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura. Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla. Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra. Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m’occupava, senza che per questo, intanto, mi s’avvistasse di piú lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai piú a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida. Ariosa. Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza; d’una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tutto intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue.
Gli occhi a poco a poco mi si chiusero, senza che me n’accorgessi, e forse seguitai nel sonno il sogno di quella vita che non era nata. Dico forse, perché, quando mi destai, tutto indolenzito e con la bocca amara, acre e arida, già prossimo all’arrivo, mi ritrovai d’un tratto in tutt’altro animo, con un senso d’atroce afa della vita, in un tetro, plumbeo attonimento, nel quale gli aspetti delle cose piú consuete m’apparvero come votati di ogni senso, eppure, per i miei occhi, d’una gravezza crudele, insopportabile.

Con quest’animo scesi alla stazione, montai sulla mia automobile che m’attendeva all’uscita, e m’avviai per ritornare a casa.
Ebbene, fu nella scala della mia casa; fu sul pianerottolo innanzi alla mia porta.
Io vidi a un tratto, innanzi a quella porta scura, color di bronzo, con la targa ovale, d’ottone, su cui è inciso il mio nome, preceduto dai miei titoli e seguito da’ miei attributi scientifici e professionali, vidi a un tratto, come da fuori, me stesso e la mia vita, ma per non riconoscermi e per non riconoscerla come mia.
Spaventosamente d’un tratto mi s’impose la certezza, che l’uomo che stava davanti a quella porta, con la busta di cuojo sotto il braccio, l’uomo che abitava là in quella casa, non ero io, non ero stato mai io. Conobbi d’un tratto d’essere stato sempre come assente da quella casa, dalla vita di quell’uomo, non solo, ma veramente e propriamente da ogni vita. Io non avevo mai vissuto; non ero mai stato nella vita; in una vita, intendo, che potessi riconoscer mia, da me voluta e sentita come mia. Anche il mio stesso corpo, la mia figura, quale adesso improvvisamente m’appariva, così vestita, così messa su, mi parve estranea a me; come se altri me l’avesse imposta e combinata, quella figura, per farmi muovere in una vita non mia, per farmi compiere in quella vita, da cui ero stato sempre assente, atti di presenza, nei quali ora, improvvisamente, il mio spirito s’accorgeva di non essersi mai trovato, mai, mai! Chi lo aveva fatto così, quell’uomo che figurava me? chi lo aveva voluto così? chi così lo vestiva e lo calzava? chi lo faceva muovere e parlare così? chi gli aveva imposto tutti quei doveri uno piú gravoso e odioso dell’altro? Commendatore, professore, avvocato, quell’uomo che tutti cercavano, che tutti rispettavano e ammiravano, di cui tutti volevan l’opera, il consiglio, l’assistenza, che tutti si disputavano senza mai dargli un momento di requie, un momento di respiro – ero io? io? propriamente? ma quando mai? E che m’importava di tutte le brighe in cui quell’uomo stava affogato dalla mattina alla sera; di tutto il rispetto, di tutta la considerazione di cui godeva, commendatore, professore, avvocato, e della ricchezza e degli onori che gli erano venuti dall’assiduo scrupoloso adempimento di tutti quei doveri, dell’esercizio della sua professione?

Ed erano lì, dietro quella porta che recava su la targa ovale d’ottone il mio nome, erano lì una donna e quattro ragazzi, che vedevano tutti i giorni con un fastidio ch’era il mio stesso, ma che in loro non potevo tollerare, quell’uomo insoffribile che dovevo esser io, e nel quale io ora vedevo un estraneo a me, un nemico. Mia moglie? i miei figli? Ma se non ero stato mai io, veramente, se veramente non ero io (e lo sentivo con spaventosa certezza) quell’uomo insoffribile che stava davanti alla porta; di chi era moglie quella donna, di chi erano figli quei quattro ragazzi? Miei, no! Di quell’uomo, di quell’uomo che il mio spirito, in quel momento, se avesse avuto un corpo, il suo vero corpo, la sua vera figura, avrebbe preso a calci o afferrato, dilacerato, distrutto, insieme con tutte quelle brighe, con tutti qua doveri e gli onori e il rispetto e la ricchezza, e anche la moglie, sì, fors’anche la moglie...

Ma i ragazzi?
Mi portai le mani alle tempie e me le strinsi forte.

No. Non li sentii miei. Ma attraverso un sentimento strano, penoso, angoscioso, di loro, quali essi erano fuori di me, quali me li vedevo ogni giorno davanti, che avevano bisogno di me, delle mie cure, del mio consiglio, del mio lavoro; attraverso questo sentimento e col senso d’atroce afa col quale m’ero destato in treno, mi sentii rientrare in quell’uomo insoffribile che stava davanti alla porta.
Trassi di tasca il chiavino; aprii quella porta e rientrai anche in quella casa e nella vita di prima.
Ora la mia tragedia è questa. Dico mia, ma chi sa di quanti!
Chi vive, quando vive, non si vede: vive... Se uno può vedere la propria vita, è segno che non la vive piú: la subisce, la trascina. Come una cosa morta, la trascina. Perché ogni forma è una morte.
Pochissimi lo sanno; i piú, quasi tutti, lottano, s’affannano per farsi, come dicono, uno stato, per raggiungere una forma; raggiuntala, credono d’aver conquistato la loro vita, e cominciano invece a morire. Non lo sanno, perché non si vedono; perché non riescono a staccarsi piú da quella forma moribonda che hanno raggiunta; non si conoscono per morti e credono d’esser vivi. Solo si conosce chi riesca a veder la forma che si è data o che gli altri gli hanno data, la fortuna, i casi, le condizioni in cui ciascuno è nato. Ma se possiamo vederla, questa forma, è segno che la nostra vita non è piú in essa: perché se fosse, noi non la vedremmo: la vivremmo, questa forma, senza vederla. e morremmo ogni giorno di piú in essa, che è già per sì una morte, senza conoscerla. Possiamo dunque vedere e conoscere soltanto ciò che di noi è morto. Conoscersi è morire.
Il mio caso è anche peggiore. Io vedo non ciò che di me è morto; vedo che non sono mai stato vivo, vedo la forma che gli altri, non io, mi hanno data, e sento che in questa forma la mia vita, una mia vera vita, non c’è stata mai. Mi hanno preso come una materia qualunque, hanno preso un cervello, un’anima, muscoli, nervi, carne, e li hanno impastati e foggiati a piacer loro, perché compissero un lavoro, facessero atti, obbedissero a obblighi, in cui io mi cerco e non mi trovo. E grido, l’anima mia grida dentro questa forma morta che mai non è stata mia: – Ma come? io, questo? io, così? ma quando mai? – E ho nausea, orrore, odio di questo che non sono io, che non sono stato mai io; di questa forma morta, in cui sono prigioniero, e da cui non mi posso liberare. Forma gravata di doveri, che non sento miei, oppressa da brighe di cui non m’importa nulla, fatta segno d’una considerazione di cui non so che farmi; forma che è questi doveri, queste brighe, questa considerazione, fuori di me, sopra di me: cose vuote, cose morte che mi pesano addosso, mi soffocano, mi schiacciano e non mi fanno piú respirare.

Liberarmi? Ma nessuno può fare che il fatto sia come non fatto, e che la morte non sia, quando ci ha preso e ci tiene.
Ci sono i fatti. Quando tu, comunque, hai agito, anche senza che ti sentissi e ti ritrovassi, dopo, negli atti compiuti; quello che hai fatto resta, come una prigione per te. E come spire e tentacoli t’avviluppano le conseguenze delle tue azioni. E ti grava attorno come un’aria densa, irrespirabile la responsabilità, che per quelle azioni e le conseguenze di esse, non volute o non prevedute, ti sei assunta. E come puoi piú liberarti? Come potrei io nella prigione di questa forma non mia, ma che rappresenta me quale sono per tutti, quali tutti mi conoscono e mi vogliono e mi rispettano, accogliere e muovere una vita diversa, una mia vera vita? una vita in una forma: che sento morta, ma che deve sussistere per gli altri, per tutti quelli che l’hanno messa su e la vogliono così e non altrimenti? Dev’essere questa, per forza. Serve così, a mia moglie, ai miei figli, alla società, cioè ai signori studenti universitari della facoltà di legge, ai signori clienti che m’hanno affidato la vita, l’onore, la libertà, gli averi. Serve così, e non posso mutarla, non posso prenderla a calci e levarmela dai piedi; ribellarmi, vendicarmi, se non per un attimo solo, ogni giorno, con l’atto che compio nel massimo segreto, cogliendo con trepidazione e circospezione infinita il momento opportuno, che nessuno mi veda.

Ecco. Ho una vecchia cagna lupetta, da undici anni per casa, bianca e nera, grassa, bassa e pelosa, con gli occhi già appannati dalla vecchiaja.
Tra me e lei non c’erano mai stati buoni rapporti. Forse, prima, essa non approvava la mia professione, che non permetteva si facessero rumori per casa; s’era messa però ad approvarla a poco a poco, con la vecchiaja; tanto che, per sfuggire alla tirannia capricciosa dei ragazzi, che vorrebbero ancora ruzzare con lei giú nel giardino, aveva preso da un pezzo il partito di rifugiarsi qua nel mio studio da mane a sera, a dormire sul tappeto col musetto aguzzo tra le zampe. Tra tante carte e tanti libri, qua, si sentiva protetta e sicura. Di tratto in tratto schiudeva un occhio a guardarmi, come per dire:

«Bravo, sì, caro: lavora; non ti muovere di lì, perché è sicuro che, finché stai lì a lavorare, nessuno entrerà qui a disturbare il mio sonno.»

Così pensava certamente la povera bestia. La tentazione di compiere su lei la mia vendetta mi sorse, quindici giorni or sono, all’improvviso, nel vedermi guardato così.
Non le faccio male; non le faccio nulla. Appena posso, appena qualche cliente mi lascia libero un momento, mi alzo cauto, pian piano, dal mio seggiolone, perché nessuno s’accorga che la mia sapienza temuta e ambita, la mia sapienza formidabile di professore di diritto e d’avvocato, la mia austera dignità di marito, di padre, si siano per poco staccate dal trono di questo seggiolone; e in punta di piedi mi reco all’uscio a spiare nel corridojo, se qualcuno non sopravvenga; chiudo l’uscio a chiave, per un momento solo; gli occhi mi sfavillano di gioja, le mani mi ballano dalla voluttà che sto per concedermi, d’esser pazzo, d’esser pazzo per un attimo solo, d’uscire per un attimo solo dalla prigione di questa forma morta, di distruggere, d’annientare per un attimo solo, beffardamente, questa sapienza, questa dignità che mi soffoca e mi schiaccia; corro a lei, alla cagnetta che dorme sul tappeto; piano, con garbo, le prendo le due zampine di dietro e le faccio fare la carriola: le faccio muovere cioè otto o dieci passi, non piú, con le sole zampette davanti, reggendola per quelle di dietro.

Questo è tutto. Non faccio altro. Corro subito a riaprire l’uscio adagio adagio, senza il minimo cricchio, e mi rimetto in trono, sul seggiolone, pronto a ricevere un nuovo cliente, con l’austera dignità di prima, carico come un cannone di tutta la mia sapienza formidabile.
Ma, ecco, la bestia, da quindici giorni, rimane come basita a mirarmi, con quegli occhi appannati, sbarrati dal terrore. Vorrei farle intendere – ripeto – che non è nulla; che stia tranquilla, che non mi guardi così.

Comprende, la bestia, la terribilità dell’atto che compio.

Non sarebbe nulla, se per scherzo glielo facesse uno dei miei ragazzi. Ma sa ch’io non posso scherzare; non le è possibile ammettere che io scherzi, per un momento solo; e seguita maledettamente a guardarmi, atterrita

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